Last Updated on 30 Dicembre 2025 by Micaela
Ho fatto un rewatch di un film di qualche anno fa (è del 2002). Rivedere oggi 28 giorni dopo è un’esperienza diversa rispetto a quella fatta appena uscì. Più pesante, più vicina, decisamente più scomoda.
Dopo quello che abbiamo vissuto con la pandemia da Covid, questo film ce lo sentiamo addosso. Il senso di incertezza del futuro, le precauzioni da prendere, il senso si isolamento e solitudine: tutto ritorna alla memoria. Nei silenzi, nelle strade vuote, nella paura del contagio, nell’idea che basti un attimo perché tutto cambi per sempre.
28 giorni dopo – la trama
La storia si apre con un gruppo di ambientalisti che decide di liberare alcuni primati rinchiusi in un laboratorio di Cambridge. Peccato che quegli animali siano infettati da una forma estremamente aggressiva di rabbia, altamente contagiosa. Da lì, il disastro.
Nel giro di 28 giorni, l’Inghilterra collassa. Le città diventano luoghi spettrali, devastati, svuotati di vita e infestati da esseri umani trasformati in creature rabbiose, feroci, quasi vampiri.
Il protagonista, Jim (Cillian Murphy), si risveglia dal coma in un ospedale deserto e distrutto. Non sa nulla di ciò che è successo e, come noi spettatori, deve ricostruire lentamente l’orrore guardandosi intorno. È uno dei risvegli più angoscianti del cinema: la solitudine assoluta, il silenzio irreale, la sensazione che il mondo sia andato avanti senza di te — e sia finito malissimo.
Jim non resta solo a lungo. Incontra Selena (Naomie Harris), dura, pragmatica, temprata dalla sopravvivenza, e Mark (Noah Huntley), che incarna la speranza fragile di un’umanità che cerca di resistere. Più avanti si uniranno Frank (Brendan Gleeson) e la giovane Hannah (Megan Burns), portando con sé un’illusione di famiglia, di normalità, che il film si incarica presto di mettere duramente alla prova.
Il ritmo del film è lento, sospeso, proprio come abbiamo imparato a conoscere durante una città blindata dalla pandemia. Lunghe attese, silenzi, camminate in spazi vuoti. Non c’è frenesia continua: c’è l’ansia che cresce piano, l’idea che il pericolo possa arrivare in qualsiasi momento. E poi c’è il silenzio.
Danny Boyle costruisce un’atmosfera sporca, sporadica, quasi documentaristica, che rende tutto ancora più reale e disturbante.
Il film mi è piaciuto, proprio perché non cerca di rassicurare. Non edulcora nulla. Mostra quanto sottile sia il confine tra civiltà e barbarie, e quanto velocemente l’uomo possa diventare il peggior nemico di se stesso.
Detto questo, non è un film adatto a un pubblico impressionabile. Le scene splatter sono molte: schizzi di sangue improvvisi, occhi rossi iniettati di rabbia, urla strazianti, violenza cruda e diretta. Non c’è compiacimento, ma non c’è nemmeno filtro.
28 giorni dopo oggi fa ancora più paura perché non parla solo di un’epidemia. Parla di isolamento, di perdita, di paura dell’altro.
E soprattutto di quella domanda che abbiamo imparato a farci anche noi: quanto a lungo saremmo in grado di restare umani, se tutto crollasse davvero?
Un film che invecchia benissimo. Anzi, forse troppo.
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